1981: Per Elisa o per... Sanremo?
di Mario Bonatti


La vittoria di Carla Bissi, in arte Alice, è sicuramente la vittoria qualitativamente più importante dell'intera storia sanremese. Con essa, il Festival ritrova uno splendore mediatico che non aveva conosciuto nel quasi decennio appena concluso, in pratica nelle nove precedenti edizioni, a parte da quella del 1972 dove la stessa giovane Carla vi aveva fatto capolino passando inosservata. E adesso eccola vincente con un motivo tutt'altro che orecchiabile: questa trovata geniale di Battiato e Giusto Pio  s“ travestita da canzone d'amore, ma tende a dramma intimo, un triangolo visto dagli occhi della amante tradita, la quale le dice di santa ragione al suo uomo perduto, senza rinunciare all'ironia, all'invidia un po' puerile ("E poi non  nemmeno bella!") e al rimpianto. Testo originale e parodistico, e una sontuosità ironicamente barocca che stride coi canoni dell'accattivante melodia: unico sospetto l'ammiccamento alla sonata per pianoforte di Beethoven che per errore fu ribattezzata appunto Per Elisa la cui aria viene più volte citata all'interno della canzone. Ma resta comunque una vittoria in grado di spazzare quell'aria stantìa che si era creata intorno alla kermesse.

Non è certo un Sanremo che sventola il fazzoletto bianco alla melodia, poichè al secondo posto si piazza Loretta Goggi con Maledetta primavera, pezzo melodrammatico ma molto bene arrangiato e di ottima fattura dalla premiata ditta Bigazzi e Savio (compagni di merende con gli Squallor, ma questa  un'altra storia non-sanremese). C' molta malizia in questo malinconico amore concluso nonostante la stagione dedita agli innamoramenti, magistralmente arrangiato con una accattivante ritmica e le note ad hoc per l'ugola di Loretta. Segue al terzo posto un apprezzato cantautore che raccoglie un successo personale dopo "Aria", best seller internazionale del 1975. Dario Baldan Bembo porta una ballata intima in chiave positiva Tu cosa fai stasera che risalta la sua voce calda. La canzone d'autore si avvale anche dell'esordio di Luca Barbarossa, reduce da Castrocaro e quarto con Roma spogliata un country intriso di una poesia a tratti ermetica su una cittˆ inquadrata sotto una nuova ottica. Imparentato stretto con il pi sanguigno country ante-Springsteen, Luca trasferisce le istanze focloriche alla Dylan nella sensibilitˆ dei cantastorie della scuola romana, arrivando a esternare l'anima della "gens" capitolina con una straordinaria operazione di fusione formale. Senza ispirarsi precisamente a nessun referente culturale, ma senza neanche distanziarvisi, sono tutti credibili questi personaggi di una ideale galleria atipica dei passanti per le strade e i luoghi di Roma: che siano indigeni, turisti, giovani, nobili o sfaccendati, tutti assistono impotenti al lento scomparire di una cittˆ che di autentico pu˜ conservare solo i ricordi, i modi di dire, e qualche sporadico slancio vitale dei suoi abitanti pi veri, che vogliono intonare un'ultima serenata prima che si chiuda per sempre l'ultimo balcone su un tempo passato. Un capolavoro di musica popolare: l'interpretazione  sincera, come il vino di certe trattorie.

E un festival di nuovo popolare non puo' che essere democratico e per tutti i gusti: anche i Ricchi e Poveri, ridotti da quattro a tre con tanto di rivalitˆ in amore e battaglie legali da parte della transfuga Marina Occhiena, si lanciano in un decennio foriero di successi ripartendo con la spensieratissima Sarà perché ti amo: spensierata con cognizione di causa e apprezzabile nel complesso, molto bene arrangiata nellÕequilibrio di archi e rimtica, anche se di stile a tratti obsoleto e con un testo fragile e caramelloso, vale comunque un quinto posto e il primo in Hit Parade. Al sesto posto ancora una proposta country che una volta tanto tocca argomenti insoliti Hop hop somarello di Paolo Barabani rievoca il sacrificio di Cristo sulla croce ammiccando al suono di Nashville. Tema affrontato in modo naif, mischiando qua e lˆ elementi religiosi che richiamano alle lezioni di dottrina della nostra infanzia Al settimo posto si fa spazio un eclettico personaggio di nome Marinella, pi personaggio che cantante, con una canzone fuori dalle righe che fa pendant con una presentata due anni prima Ma chi te lo fa fare che si allaccia al filone semiserio dei Pandemonium e, prese le dovute distanze, a quello di Rino Gaetano. Ci sono dunque ventate nuove che di fatto cambiano i connotati di un Sanremo finora considerato solo la culla del bel canto e della melodia italiana esportabile.

Dall'ottavo al decimo posto si piazzano tre differenti situazioni: ottavo  un govane ma già esperto Michele Zarrillo, che da tempo ha svestito gli abiti vistosi del leader da pop progressivo (Semiramis, Il Rovescio della Medaglia) per intraprendere un percorso pop che non sempre sarˆ compreso, ma almeno in questa occasione trova i giusti compromessi con una romanticissima e vagamente apocalittica Su quel pianeta libero. Ecco poi una mediocre proposta dance firmata Passengers e intitolata Midnight, interpretata da un quartetto di vocalist dalle voci sussurrate, figlie dell'etˆ dell'oro della disco. La canzone  in inglese, ed  una primizia. Da quest'anno si pu˜ fare, purchŽ gli autori siano italiani. Questo escamotage bene arrampicato sugli specchi  anch'esso figlio dei tempi, pensato in un'epoca in cui i discografici cercavano col lanternino proposte in lingua e quindi anche il Festival nostrano non si  potuto esimere, portando, nel giro di quattro edizioni, otto pezzi in inglese e uno in francese. Ed ecco il ritorno di una una Marcella autoironica che con questa Pensa per te sa mettersi in discussione e ci riesce. Tutto sommato è una classifica abbastanza equa, anche senza conoscere le altre posizioni di coda: caso piuttosto raro nelle edizioni precedenti ma anche nelle seguenti, lo sarà probabilmente anche nell'anno successivo anche se verranno rese note solo le prime cinque.

Tra le restanti canzoni finaliste spicca ancora qualche piccola gioia: tra queste spicca un vero fenomeno discografico che risponde al titolo di Ancora di Eduardo De Crescenzo, che se da una parte lancia un sensibile artista napoletano, è tuttavia uno dei tanti colpi che metterà a segno Claudio Mattone, che infatti firma parole e musica di uno straziante jazz, interpretato visceralmente (a dispetto di qualche caduta nel testo) dall'artista napoletano che saprà poi mostrare anche le sue doti di cantautore (sforzandosi di non annullarsi nel suo stesso cavallo di battaglia): una situazione musicale e canzonettistica tipica di una nostalgia d'amore che rasenta la pazzia fino alla casta monogamia (i celebri versi "io da quella sera non ho fatto pi l'amore senza te e non me ne frega nienteÉ"). La furba trovata promozionale, una delle tante che porterˆ la firma del fido autore di Arbore,  messa in scena da un siparietto della serata finale, quando il conduttore Cecchetto, parlando proprio con Arbore che aveva raccolto i voti di una sedicente giuria di addetti ai lavori (non c'era ancora il premio della critica) annuncia che la canzone pi gradita  proprio "Ancora". Chissˆ se c'era anche Gigi Marzullo tra i giurati, colui che anni dopo la eleggerˆ a sigla del suo talk show notturno dove fa presa il verso iniziale "E' notta alta e sono sveglio". Ma a Sanremo c'è anche l'esordio spregiudicato di Fiorella Mannoia, con Caffè nero bollente un piccolo capolavoro pop firmato insieme a Mauro Piccoli da un genio incompreso di nome Mimmo Cavallo (scuola Coggio, la stessa di Baglioni e Mariella Nava); un esordio che esordio non , poichŽ il primo 45 di Fiorella inciso col suo solo nome risale al 1969, e la tematica della donna sola che si concede un momento di relax a sfondo erotico l'aveva giˆ osato Gianna Nannini in "America". Ma nella Mannoia, ex controfigura a Cinecittˆ, c' grinta da vendere, una voce graffiante che saprˆ plasmarsi con gli anni, e la caparbietˆ di una giovane ragazza che arriva alla ribalta (e arriverˆ alla gloria artistica) dopo una lunga gavetta e sporadiche apparizioni, foto sui giornali scattate per caso solo perche' vicino a lei c'erano Dino o Donatello, o carrellate collettive con altre giovani promesse di cui si dicevano che nascondevano la Mina di domani e nessuno avrebbe mai pensato che ci˜ si rivelasse poi fondato in lei. A Sanremo 1981 c'è anche un Bobby Solo alle prese con il suo elisir di giovinezza che presenta una Non posso perderti che convince pi del successo di un anno prima "Gelosia" (non si potrà dire altrettanto delle altre canzoni portate dall'80 al 84) e che dosa sapientemente slanci da lifting col suo marchio di fabbrica; c'è Gianni Bella con una frizzante situazione al passo coi tempi Questo amore non si tocca che senza volerlo indica quella che sarˆ la strada discografica di un certo Celentano sul finire degli anni 90 (canzoni firmate Mogol-Bella) ; e fa una sua effimera comparsa uno stralunato personaggio, tale Stefano Tosi, alle prese con una situazione tanto rockettara quanto demenziale intitolata Io mi, personaggio atipico che non ha trovato le corsie preferenziali per imboccare una strada a un pop alternativo che ha fatto la fortuna di altri artisti. Trascurabili gli altri finalisti, tra cui si segnalano i sempre più melensi Collage, smargiassi col titolo che si rifˆ a Balzac, un Leano Morelli ormai fuori tempo massimo dopo qualche lusinghiero successo commerciale di qualche anno prima, e una ridicola Orietta Berti che senza alcuna vergogna ricicla (nel tragico decennale) il mito della "sua" barca asserendo, con inaudita sfiducia nel domani, che, se prima, finché la barca andava bisognava lasciarla andare (ma cosa rappresentava prima e cosa adesso?), adesso La barca non va più (con tanto di "porca miseria" che audacia!), mischiando temi da satira politica malmessa su una canzone pensata per i bambini e annesso coro di Marco Frisina (un maestro nel genere qui davvero sprecato), in un pasticcio che non può dirsi altrimenti che ridicolo e a tratti imbarazzante. Paradossalmente, tra i non finalisti, non si segnalano esclusioni clamorose. Forse avrebbe meritato qualcosa la melodia e le parole eleganti di Enzo Malepasso (secondo l'anno prima) con Amore mio e la avvenenza di Jo Chiarello, prototipo di donna emancipata che dice la sua contro questo mondo maschilista, graziosa e dal suond fortemente accattivante che oggi sarebbe anche da rivalutare la sua Che brutto affare. Giustamente escluse le proposte di: Sterling Saint-Jacques, altro interprete in inglese che si fa notare per delle finte iridi azzurre che contrastavano col colore scuro di pelle; Carmen and Thompson, altri anglofoni con una Follow me anche gradevole ma davvero poco italiana, via di mezzo tra gli America e Neil Young e vari elementi di disturbo; Sebastiano Occhino, un pop senza capo ne' coda; Opera, formazione attiva negli anni 70 portatrice di un suono per nulla originale che scimmiotta saghe medievali; Umberto Napolitano, parente artistico di Pupo con meno acne giovanile e le stesse situazioni pretenziose e stucchevoli bombate da arrangiamenti eccessivi; Tom Hooker, ballerino in rollerblade, dolciastro da fare impallidire lo stesso Pupo (nel 1985 arriverˆ in classifica con un pezzo dance "Looking for love"); Domenico Mattia che si traveste da rocker e poi svela la sua indole da bambino riesumando un terribile scioglilingua. Ma una tantum non c'è da gridare allo scandalo, neanche per la incostitente Un'isola alle Hawaii che vede l'esordio di Franco Fasano, che saprà riscattare questo fiasco negli anni seguenti. Sanremo è rinato. Da ora in avanti si potranno perpetrare tante nefandezze musicali sotto la luce dei riflettori, al cospetto della diretta televisiva e sotto l'egida di una (o pi) vendutissima compilation

GRADUATORIA PERSONALE:
1) Roma spogliata
2) Caffé nero bollente
3) Per Elisa

SHIT SANREMO:
1) La barca non va più
2) Tulilemble
3) Toccami

FRASE DELL'ANNO:
"Io non ho bisogno delle tue mani
mi basto sola"
(da "Caffè nero bollente", Fiorella Mannoia)

PERLE DI SAGGEZZA:
"Tulilemble blutulilemble blutulilè
è soltanto un modo per dire: muoio di te"
(da "Tulilemble", Domenico Mattia)

MARIO BONATTI

Continua...